Teatro sociale

Salvarsi è prendere coscienza

- 12 maggio 2013

FD-foto-mutilazioni-femminiliGenesi e significato di The Cut, la performance ideata da Valentina Acava Mmaka per informare e sensibilizzare sul tema delle Mfg.

Quando circa due anni fa mi ero proposta di creare un collettivo di donne a Cape Town, non sapevo esattamente come ci sarei riuscita. La città è vasta e le diseguaglianze sociali e culturali enormi. La ricerca è cominciata, come spesso accade in simili circostanze, dalla strada: incontrando e parlando con le persone, nelle associazioni, nei musei, nelle biblioteche, nelle taverne, tramite amici, ovunque. Dopo un paio di mesi avevo formato il gruppo, il Gugu Women Lab. L’elemento importante era la sua caratteristica, cioè quella di un laboratorio dove il lavoro dell’immaginario e del processo creativo fosse basato sulla sperimentazione. A questa denominazione si è aggiunto il nome con cui affettuosamente gli abitanti di Gugulethu chiamano la loro township, Gugu, un omaggio agli amici che ci hanno ospitato nelle loro case, taverne, ristoranti, cortili proprio a Gugulethu. Luoghi informali in cui si sono tenuti  i nostri incontri settimanali. L’idea portante del collettivo era quella di lavorare ad un progetto di scrittura e di espressione poetico-letteraria in funzione di una riflessione sui diritti umani. Hanno accettato di prendere parte al progetto donne di diversa provenienza (sudafricane e migranti da altri paesi africani) e con differenti percorsi umani, se vogliamo anche opposti tra loro; l’idea di dare vita ad un gruppo eterogeneo di donne era sedimentata inconsciamente dentro di me.

Intraprendendo questo lavoro con loro avevo messo in cantiere, prima ancora di iniziare, una serie di incognite quali la costanza, (sarebbero state all’altezza di seguire un percorso lungo e incerto?) la dedizione (avrebbero lavorato con serietà e disciplina al progetto?), la fiducia (avrebbero creduto fino in fondo al ruolo che il collettivo poteva costituire, al fatto che avrebbe potuto avere un impatto all’esterno?). Sono stata premiata perché dedizione, costanza e fiducia mi sono state accordate pienamente.

Abbiamo cominciato  a lavorare sul significato degli spazi del contesto urbano e sulla percezione che essi hanno nel nostro quotidiano, in quanto simbolici di un divieto, di una limitazione oppure di una proiezione positiva. Il Sudafrica è un paese pieno di contraddizioni, di divari sociali enormi e questo si riflette anche sugli spazi vissuti sottolinenando le disuguaglianze, le ingiustizie, le illusioni, le aspettative, i sogni, la rabbia, la voglia di cambiare senza sapere bene come farlo, di chi li abita, di chi li attraversa, o semplicemente “sfiora” per un motivo o per un altro.

Durante i nostri incontri settimanali, via via che si solidificava il nostro rapporto, sono emersi innumerevoli spunti di riflessione e tanto materiale su cui lavorare e  improntare un percorso creativo collettivo. Essendo il gruppo eterogeneo, anche con diverse esperienze migratorie alle spalle e diversi livelli socio culturali, è emerso che alcune delle partecipanti erano state vittime delle Mgf (mutilazioni genitali femminili) nel loro paese di origine. È stata una tappa del nostro percorso del tutto casuale, o forse no: un giorno una di loro si è semplicemente aperta e ha condiviso con il gruppo la sua esperienza, aveva certamente percepito il potere salvifico del racconto e la capacità di tradurre un sentimento quale il dissenso o la speranza in parola. Mettersi a nudo, spogliarsi di quel dolore che gravava sul suo corpo, era un modo anche per ribadire come molte scelte le fossero impedite, a causa del “taglio”, anche le più banali. Da lì altre cinque donne si sono aperte e hanno partecipato alla discussione, alla realizzazione di un momento emotivamente coinvolgente.

È perciò nata in tutti la voglia di rappresentare una esperienza così radicale, così definitiva in modo da poterla condividere sia con chi ha subito le mutilazioni, sia con tutti coloro che non ne sanno abbastanza o le ignorano. Da un lungo lavoro fatto di parole, pianti, danza, poesia è nato The Cut – Lo strappo. Voci della notte. Non tutte le partecipanti avevano le stesse capacità espressive, così tra di loro c’era chi poteva esprimersi meglio attraverso la danza o il canto e così si è trattato anche di “tradurre” questa creatività corporea in parola.

L’idea della performance è quella di diffondere consapevolezza su una tematica discussa ma poco sentita. Le mutilazioni genitali femminili, denominazione entro cui sono riunite diverse pratiche di modificazione del corpo femminile, sono una piaga sociale di portata colossale. Secondo i dati dell’Oms nel mondo sarebbero 140 milioni ogni anno le donne a rischio di mutilazione, di queste 180.000 in Europa e 3.000 in Italia. A questa statistica aggiungiamo che nella sola Europa 500 mila sono le donne che portano sul loro corpo il segno di questa violenza e circa 35 mila in Italia. Sono statistiche inquietanti e ci dicono quanto sia necessario un impegno collettivo al fine di arrivare ad un totale abbandono di questa pratica.

Le esperienze che giungono da diverse parti del mondo sono contraddittorie.

Da una parte occorre, ad esempio, riflettere sul fatto che sebbene organismi come Ue, Onu e i singoli stati nazionali abbiano legiferato contro le Mgf, questo non ha portato alla riduzione della pratica. Ciò vuol dire che trattandosi di un fattore culturale, esso va sradicato prima di tutto dall’interno delle singole comunità che le praticano. Il corpo della donna, nelle diverse culture dove vengono praticate le mutilazioni, è un corpo che richiede una trasformazione per poter comunicare l’idea che quella società ha della donna. Si intende che il cambiamento deve essere interno, sapere che le Mgf non sono l’unica “modalità” per condurre una bambina nel suo passaggio verso l’essere donna, e che la donna mutilata è una donna che porta sul suo corpo una condanna indelebile esponendola ad un rischio di vita costante.

Per contro, ci sono incoraggianti esperienze di intere comunità in diversi paesi Africani, dov’è maggiormente praticata, e in Europa, dove le Mgf sono state abbandonate, magari sostituite con un rito  alternativo che non viola l’integrità della donna.

Uno degli obiettivi dello spettacolo è quello di ribadire che le Mgf non sono solo una questione africana, che le Mgf non sono una questione islamica, che le Mgf non sono una questione religiosa e che sono da considerare una violazione dei diritti umani. Con ciò va anche detto che come per qualsiasi argomento che sentiamo lontano dalla nostra sfera vitale ed emotiva, occorre conoscere, sapere prima di esprimere giudizi. Condanniamo facilmente ciò che viene stigmatizzato come una violazione al nostro modello di vita, senza considerare che ve ne sono altri, a noi incomprensibili, ingiusti certamente, ma che per essere corretti vanno conosciuti, condivisi e unanimamente messi al bando.

La scrittrice americana Alice Walker dice che “la salvezza risiede nella consapevolezza, nella presa di coscienza”. Se questa consapevolezza percorre i sentieri elastici della storia, del racconto, è molto probabile che ci condurrà a noi stessi, alla verità profonda delle cose.

Scrivendo nel gruppo, abbiamo lasciato che le storie prevalessero sulle idee, che il racconto si allargasse in un abbraccio collettivo. La parola è uno strumento in grado di spezzare le barriere dell’oppressione, di indurre a riflettere, di lasciare un segno.

Il corpo delle donne di The Cut – Lo strappo è un corpo in cui vive il dolore, la sofferenza, l’oppressione, ma anche la capacità acquisita di ricucire lo “strappo” fisico, emotivo e psicologico. Ecco che la parola diventa quasi un abito che la donna può indossare per dire se stessa, e nella cui trama definisce il suo nuovo essere, la sua nuova identità.

Adesso la performance sta girando l’Italia con la collaborazione del Teatro dell’Aria di Genova e dell’attrice Nella Bozzano. Dal prossimo autunno verrà rappresentata anche nel Regno Unito e in Francia e verrà proposta anche nelle scuole perché va ricordato che le bambine a rischio di Mgf hanno un età compresa tra gli 11e i 14 anni e quindi possono essere le compagne di scuola dei nostri figli. Le Mgf sono un problema di tutti ed è un problema mondiale che tocca tutti e cinque i continenti.

Per tenersi aggiornati sugli eventi e per informazioni su come organizzare http://valentinammaka.blogspot.com

Valentina Acava Mmaka