Novità normative

Permesso unico e autisti stranieri

Sergio Bontempelli - 31 Marzo 2014

TOSHIBA Exif JPEG«Sono abrogate le disposizioni di cui all’articolo 10, n. 1°, dell’Allegato A al regio decreto 8 gennaio 1931, n. 148». Con questa formulazione un po’ sibillina – da “azzeccagarbugli”, verrebbe da dire – il governo ha in questi giorni autorizzato l’assunzione di stranieri come autisti dei mezzi pubblici. Era appunto un regio decreto del 1931 – un retaggio dell’epoca fascista, firmato dal Re la bellezza di 83 anni fa – che riservava ai soli cittadini italiani l’accesso a questa professione.

A dire il vero la norma era da tempo oggetto di contestazioni, e molti giudici l’avevano considerata illegittima. Il caso più noto, tra quelli finiti in Tribunale, riguarda Mohamed Hailoua, un giovane marocchino che nel 2009 chiese di lavorare all’azienda milanese dei trasporti: presentata la propria candidatura, si sentì rispondere che non poteva essere assunto perché privo della cittadinanza italiana. E alla base del rifiuto c’era proprio la legge fascista del 1931. Il ragazzo non si perse d’animo, intentò una causa e il giudice gli diede ragione. Ora, finalmente, quella norma è stata abrogata, grazie a un decreto approvato in questi giorni, che contiene ulteriori novità. Vediamole in breve.

Il “permesso unico per lavoro”

Cambieranno, anzitutto, le diciture inserite sui permessi di soggiorno. Chiunque abbia dato un’occhiata ai documenti dei migranti saprà che essi contengono di solito il motivo che ha giustificato il rilascio: esistono così permessi per studio, o per lavoro subordinato, o per motivi familiari, e così via.

Il problema è che, se non si conosce a fondo la legge sull’immigrazione, non è molto facile capire se uno straniero è abilitato a svolgere attività lavorativa. Tanto per fare degli esempi: secondo le normative vigenti, il titolare di un permesso per ricongiungimento familiare può essere regolarmente assunto (come se avesse un permesso per lavoro), chi soggiorna per motivi di studio può lavorare solo per un numero limitato di ore, mentre chi possiede un documento “per gravidanza e maternità” non può stipulare alcun contratto di assunzione.

La faccenda, come si può intuire, ha creato (e crea tuttora) un sacco di problemi, soprattutto ai datori di lavoro: che devono spesso rivolgersi a commercialisti, avvocati o “esperti” solo per capire se possono assumere un dipendente straniero. Il decreto interviene proprio su questo aspetto, e obbliga le Questure ad inserire la dicitura “Permesso unico lavoro” su tutti i documenti che abilitino all’assunzione.

Potrebbe sembrare un’innovazione positiva, e infatti lo è, perché contribuisce ad evitare ambiguità. E tuttavia, si sa che non tutte le ciambelle riescono col buco: e stavolta il governo ha – per così dire – messo i buchi nelle ciambelle sbagliate. Sì, perché la salvifica dicitura “Permesso Unico lavoro” non verrà inserita in tutti i documenti che abilitano all’attività lavorativa. Vi sono delle eccezioni, e tra queste eccezioni figura il permesso dei richiedenti asilo: si tratta – nemmeno a farlo apposta – del permesso più “problematico” dal punto di vista del lavoro, perché lo straniero può essere assunto solo dopo che sono trascorsi sei mesi dall’avvio della procedura di asilo. In pratica due cittadini stranieri, titolari di due identici permessi di soggiorno, possono avere situazioni diverse dal punto di vista del lavoro. Viene da chiedersi perché il governo abbia pensato di inserire tra le eccezioni proprio il documento più “controverso”, su cui ci sarebbe stato quanto mai bisogno di un po’ di chiarezza. Ma tant’è…

I tempi di rilascio del permesso di soggiorno…

Un’ulteriore novità riguarda i tempi di conclusione delle procedure. Oggi, chi chiede il rinnovo del suo permesso ha – ma è meglio dire “avrebbe” – diritto a una risposta entro venti giorni. Con il nuovo decreto appena entrato in vigore, i venti giorni diventano sessanta: ciò significa che verrebbero triplicati i tempi di attesa.

Usiamo il condizionale perché i venti giorni sono puramente teorici: di fatto, le Questure rispondono con ritardi di settimane, a volte persino di mesi. Gli stranieri che riescono ad ottenere un permesso nei tempi di legge si contano davvero sulla punta delle dita, e viene quasi da pensare che sessanta giorni reali sarebbero meglio di venti giorni teorici… Il punto è che, naturalmente, il decreto non fornisce alcuna garanzia sull’effettivo rispetto dei tempi.

… e il “contratto di soggiorno”

Infine, il decreto manda quasi definitivamente in soffitta il “contratto di soggiorno”: per chi non lo sapesse, parliamo di quello speciale contratto di lavoro – utilizzato solo per l’assunzione di cittadini stranieri – introdotto dalla Bossi-Fini nell’ormai lontano 2002. In questo documento il datore di lavoro deve attestare che il proprio dipendente dispone di un alloggio idoneo (cioè sufficientemente grande e non sovraffollato), e deve garantire allo Stato il pagamento delle spese in caso di rimpatrio dello straniero.

All’epoca della sua introduzione, il contratto di soggiorno fu presentato in pompa magna dalla Lega Nord come norma “di garanzia”: in questo modo – dicevano gli esponenti del Carroccio – non avremo più stranieri che abitano in alloggi fatiscenti. La realtà dei fatti, come ognuno può vedere a dodici anni di distanza, è assai diversa…

Tra l’altro il contratto di soggiorno non è mai andato giù agli imprenditori, che lo hanno sempre visto come un onere burocratico inutile e farraginoso. Di fatto, esso è caduto in desuetudine, pur senza essere mai stato abolito formalmente: già una circolare del Gennaio 2012 stabiliva che la normale comunicazione al centro per l’impiego (un documento obbligatorio per tutte le assunzioni, anche quando il dipendente non è straniero) doveva considerarsi sostitutiva del contratto di soggiorno. Oggi, con il nuovo decreto, viene abolito l’obbligo di esibire il contratto di soggiorno al momento del rinnovo del permesso. Non cambia molto rispetto al passato, ma è un ulteriore passo verso l’estinzione definitiva di questo antico pilastro della Bossi-Fini.

Sergio Bontempelli