Parigi

Errare è Umano

Annalisa Romani - 10 agosto 2015

chapelleChiamiamolo Mouhamadou. L’ho conosciuto il 18 luglio a Parigi. È riuscito a passare la frontiera franco-italiana e a sfuggire ai controlli della polizia, ma ha rischiato per giorni una morte feroce.

Con lui ci sono anche attivisti italiani e francesi venuti da Ventimiglia, per un appello a tre giorni di mobilitazione. Chiedono azioni sparse nella città, in solidarietà ai migranti sugli scogli e contro la nozione di frontiera.

Ci siamo conosciuti sull’ Esplanade Nathalie Serraute, più conosciuta con il nome di halle Pajol. E’ un’antica struttura industriale del XIX secolo, trasformata dal 2007 in una centrale solare per la produzione di energia pulita, che oggi ospita un grande complesso composto da una biblioteca, uffici, negozi, un parco, l’ostello più grande della città. E tanti piccoli bar, con tavoli all’aperto che avrebbero dovuto riempire, per tutta l’estate, questa piazza del diciottesimo arrondissement.
La halle Pajol è uno fra gli altri dei diversi campi ricreatisi (la stazione di Austerlitz, la Porta di Saint-Ouen, lo Square Jessaint, ecc.) dopo l’evacuazione della Chapelle, il grande accampamento sotto il ponte della metro, che ha ospitato più di 400 persone per 9 mesi, fino allo sgombero del 2 giugno.
Ci sono state almeno 3 espulsioni in meno di una settimana. Due giorni dopo lo sgombero della Chapelle, le squadre antisommossa francesi sono intervenute, con una violenza testimoniata anche in web, nella chiesa Saint Bernard e due giorni dopo alla Rue Pajol.

Un altro campo si è riformato nei vicini giardini d’Eolo e molti cittadini si sono precipitati a portare vestiti, cibo e a offrire notti di  ospitalità e docce nelle  proprie case. Hanno organizzato perfino turni di veglie notturne, in seguito a un attacco di un groppuscolo neo-nazista.

Vivo a Parigi da sette anni e non avevo mai visto tanta umanità, tante persone rinunciare alla consueta distanza senza paura della scabbia, della stanchezza e delle forze dell’ordine. Durante lo sgombero di rue Pajol un abitante del  quartiere  ha nascosto nel suo appartamento 18 persone,  per tutta la notte. Si è creata una vita collettiva in cui chi poteva ha condiviso le proprie competenze mediche e legislative. Sono intervenute associazioni come Medicins du Monde e ATMF (Association de Travailleurs Maghrebins de France), c’è stato chi ha garantito  i  pasti e chi i corsi di francese nel parco, in cambio di corsi di arabo. E poi si sono organizzate feste, concerti  e manifestazioni, per rifiutare l’invisibilità a cui condanna l’esistenza in un campo.

Durante una delle interminabili assemblee generali un migrante ha concluso così un suo discorso: «…e poi… la verità è che noi non  siamo dei rifugiati, non siamo neanche dei migranti, noi siamo degli erranti». E’ difficile che una parola mi buchi cosi’, soprattutto se pronunciata in francese, che non è la mia lingua materna. Ma la radice è la stessa nelle due lingue ed errare è proprio «andare vagando senza sapere dove, senza consiglio, come brancolando fra le tenebre».

In questo contesto sono nati forti legami di amicizia. Eppure ancora non conosco la professione di molti dei soutiens (sostenitori, termine politicamente più connotato di quello di volontario) con i quali ho passato tutto il  mio tempo da due mesi a questa parte. L’ostentazione di beni materiali e simbolici (conoscenze, titoli di studio, cariche professionali) è stata annullata dal campo e quest’esperienza sta cambiando anche noi, i più o meno integrati nella società.

Quando incontro Mouhamadou a Pajol c’è già la consapevolezza di far parte di  un  movimento sociale, che avanza rivendicazioni e che ha un proprio nome: La Chapelle en lutte. Mi racconta il suo viaggio, i giorni passati sugli scogli a Ventimiglia. Mi parla anche della Croce Rossa, a cui era stata affidata la gestione dell’emergenza e che aveva sottoposto tutti gli ospiti del centro di accoglienza a una visita medica e distribuito un braccialetto verde per avere accesso alle cure. A ognuno di questi braccialetti corrisponde tuttora un numero, che a sua volta corrisponde a un nome, a un cognome, e a una data di nascita, stilati in una lista a parte. Lui ed altri migranti si sono strappati il braccialetto e hanno rifiutato gli aiuti. «Noi vogliamo attraversare la frontiera ed essere aiutati a farlo, non vogliamo mangiare e dormire. La Croce Rossa collabora con il governo italiano e con la polizia. Attorno al centro di accoglienza è pieno di mezzi della polizia che ci riportano in Italia dalla Francia. Quando riconoscono qualcuno che ha fatto più volte il tentativo di passare la frontiera, lo allontanano in elicottero, nel sud Italia, per scoraggiarlo».
Gli ho chiesto come avessero vissuto in quei giorni, sotto il ramadan. Mi risponde: «Grazie all’aiuto dei cittadini che, soprattutto da Nizza, venivano a portarci pasti preparati da casa. Dei musulmani poi hanno organizzato una raccolta di cibo in una moschea, dopo aver visto le immagini alla televisione. Mi ha molto toccato questa solidarietà. Molti ci hanno acquistato dei telefoni, ce li hanno portati fino agli scogli per permetterci di chiamare a casa e rassicurare i nostri familiari»
Mi ha raccontato, poi, della polizia tedesca e di come lo avesse obbligato, a forza di botte, a lasciare le impronte in Germania. Ho seguito le sue parole con lucidità, fino al passaggio della froniera franco-italiana. Dove ho riceduto, come sull’errare di Moustafà, lo stesso buio di disperazione e forza vitale in cui oggi passa la storia.

Il 29 luglio i migranti di Pajol hanno subito un altro sgombero, stavolta violento solo dal punto di vista simbolico e morale. Sono arrivati 4 pullman garantendo, in posti diversi e lontani tra loro e da Parigi, proposte di vita inadeguate, al fine di disperderli. Una giostra per bambini il giorno dopo era cinicamente al centro della piazza. Qualcuno ha rifiutato ed ha preferito ritornare a Pajol, insieme ad altri migranti rimasti lì, e ai nuovi arrivati. Attualmente sono circa 200 e stanno occupando, tutti insieme, la scuola Guillaume Budé. Un edificio abbandonato nel XIX arrondissement. Domenica 2 agosto hanno organizzato una festa con gli abitanti del quartiere. Il braccio di ferro con le istituzioni continua, perché in gioco non ci sono solo i pasti, i tetti, o delle soluzioni elargite con lentezza, caso per caso. Ma il permettere a ciò che è legalmente possibile di coincidere con ciò che è eticamente accettabile.

Annalisa Romani