Leggere & Rileggere

Il gioco dell’oca, storie da Ventimiglia

Stefano Galieni - 10 agosto 2015

GIOCOOCAAccadeva quasi 15 anni fa, nel gennaio del 2001. Pochi giorni prima Ventimiglia era stata flagellata da un’alluvione, c’erano state vittime e danni ma allora si parlava anche di altro. Le voci raccontavano di un mondo sommerso, dei centinaia di kurdi, soprattutto turchi e iracheni, che tentavano di attraversare la frontiera per poi arrivare in Germania, dove la comunità è sempre stata molto forte e compatta. Arrivavano dagli sbarchi in Puglia, raggiungevano in treno l’ultimo avamposto italiano e si fermavano per alcuni giorni: i più poveri nei giardini della stazione, chi aveva qualche lira in più (non c’erano ancora gli euro) in alberghetti o in stanze prese in affitto. Il tempo di rifocillarsi, di prendere contatto con qualche passeur e poi via, verso la vera libertà che già allora non era in Italia. Con una collega e amica, Antonella Patete, partimmo per andare a vedere di persona, con tanta inesperienza e poche certezze, ma soprattutto la voglia di scoprire e di capire. Restammo quasi una settimana: parlammo con tutti, kurdi e autoctoni, passeur e taxisti, agenti di polizia italiani e francesi, albergatori e negozianti. Ne venne fuori un reportage che quasi due anni dopo, insieme ad altri simili realizzati nei luoghi di arrivo o di fuga dei migranti, prese la forma di un libro, Frontiera Italia (Città Aperta Edizioni), ormai fuori commercio.
frontiera italiaA rileggerlo oggi il presente si mescola col passato. Sono mutati i contesti internazionali, è peggiorata la fase economica, si sono imbarbariti i rapporti sociali, ma quel luogo di frontiera resta un pezzo di storia ancora capace di evocare antichi fantasmi, non solo per i tragici eventi del presente ma per il carico di passato che porta con sé. Il Regno d’Italia nasce, infatti, con il plebiscito attraverso cui i cittadini di Nizza e di Mentone (a soli 6 km da Ventimiglia) decidono di essere annesse alla Francia: diventeranno Nice e Menton e resteranno città di frontiera. L’Italia è allora un Paese povero e dai valichi rivieraschi e di montagna nasce la fama dei passeur, descritti in maniera romantica dallo scrittore Francesco Biamonti, ma in realtà contrabbandieri di persone e di merci. In un secolo da quel confine passò di tutto: soldi, armi, sale, ragazze da mandare a prostituirsi nei bordelli francesi e mendicanti figli di famiglie troppo povere, rei in fuga, anarchici, sobillatori, socialisti e poi antifascisti, fino alla seconda guerra mondiale e alla momentanea riannessione all’Italia mussoliniana. Durò poco e il traffico riprese imperterrito. Passare via terra era difficile, si veniva facilmente individuati e respinti. Si provava per la via degli scogli, i cosiddetti Balzi rossi, ma il rischio di venire intercettati o, peggio, di finire in mare era alto. Oppure si provavano i passi di montagna. Uno dei più famosi, passando per un albergo chiamato Le Calandre, divenne il famigerato Passo della Morte. Salendo da Ventimiglia, ovviamente di notte, ci si inerpicava per sentieri sempre più ripidi, sempre più insicuri. Ma si arrivava ad un punto, pochi metri di strada, in cui le luci dall’Italia non si vedevano più mentre quelle della cittadina francese illuminavano la roccia. C’era (c’è ancora) uno spazio ristretto in cui, grazie a questo gioco di luci, diviene impossibile vedere il sentiero. In tanti sono precipitati fra le rocce e tanti altri non sono mai stati recuperati. Morti poco importanti da piangere. Accadeva con gli italiani e accadeva, all’inizio degli anni 2000, con i kurdi e i migranti in generale.

Quando andammo su quel confine erano cinque le strade battute: quella del confine di San Luigi, da attraversare a piedi, col rischio di essere intercettati dalle polizie dei due stati se si aveva la pelle più scura o l’aria di chi ha dormito di notte all’addiaccio. Oppure si poteva andare con i passeur, gli scafisti leggeri, che portavano persone in taxi, in furgone, con un’automobile privata. Se al confine il mezzo veniva fermato e perquisito scattava il sequestro, la condanna del guidatore, il respingimento dei passeggeri. Si pagavano 50 mila lire a persona circa, per 6 km. Se si voleva tentare di raggiungere Nizza, città cosmopolita in cui più era facile mimetizzarsi, i chilometri diventavano 60. I rischi di essere fermati aumentavano e, ovviamente, i costi anche.
Un’altra strada possibile era la via ferroviaria, anche questa con due alternative. La prima consisteva nell’eludere i controlli della polizia a Ventimiglia, salire facendo il biglietto e sperare nella scarsità dei controlli lungo il percorso. Se si veniva trovati si perdevano solo i soldi del biglietto, si tornava a Ventimiglia, si dormiva in stazione e poi si riprovava. Si tiravano i dadi, come nel gioco dell’oca. Poi c’era anche chi i dadi li tirava da più in alto, mettendo a rischio la propria vita: erano quelli che provavano l’antica rotta dei Balzi rossi, sugli scogli, dopo aver raggiunto il mare alla foce del fiume Roia. Quelli che si incamminavano lungo la ferrovia, passando nelle gallerie e sperando di non essere investiti da un treno merci (tutti conoscevano gli orari dei convogli con passeggeri) e quelli che ancora provavano il Passo della Morte, con gli stessi rischi dei decenni passati. A Mentone, poi, i controlli erano certosini. La bella e luminosa cittadina ha sempre avuto amministrazioni che non tolleravano l’arrivo degli stranieri, italiani o kurdi che fossero, così la caccia all’uomo era frequente. E se venivi preso tornavi indietro, per poi rilanciare i dadi. È andata avanti così per molti anni ma il numero dei fuggitivi diminuiva, si cercavano altre rotte e anche i passeur avevano perso lavoro.

Una nuova impennata che riportò alla ribalta la cittadina ligure, si è avuta nei primi mesi del 2011. Quelle che allora venivano chiamate “Primavere Arabe” affollarono dapprima Lampedusa, poi i centri di raccolta e di “detenzione camuffata” in buona parte del Paese, da Trapani a Manduria, da Santa Maria Capua Vetere a Palazzo San Gervasio, fino a Crotone, Civitavecchia, Elmas. Caserme e strutture improvvisate, concentrate in alcune regioni, fino a quando l’allora Ministro dell’Interno Roberto Maroni diede due disposizioni: la ripartizione dei fuggitivi in ogni regione e l’erogazione di permessi di protezione umanitaria temporanea che, secondo il Ministro, avrebbero dovuto permettere alle persone di recarsi nei Paesi europei in cui ognuno aveva già legami. La Protezione Civile in quel periodo si attivò per facilitare il transito e centinaia, forse migliaia di biglietti ferroviari, vennero offerti a chi voleva andare via.

Roma, Stazione Termini, binario 21. I volontari prendevano i nomi, davano la lista ai funzionari del Comune o della Prefettura e in breve arrivavano i preziosi titoli di viaggio per un treno che avrebbe portato ognuno verso il confine francese. All’inizio non ci furono problemi, poi il numero delle persone che giungevano in Francia superò una certa soglia di guardia e iniziarono i primi respingimenti. Alcuni di coloro che intanto erano arrivati già a Parigi – soprattutto giovani tunisini – vennero rimandati in Italia senza tanti complimenti, in base al Regolamento di Dublino e a una interpretazione secondo cui i permessi rilasciati in Italia avevano valore solo in tale Paese. Ci fu un lungo braccio di ferro diplomatico, amplificato mediaticamente per fare in modo che, intanto, iniziassero rimpatri verso la Tunisia e che si evitassero concentrazioni di persone tali da imbarazzare entrambi i governi.
Con la fine delle Primavere Ventimiglia tornò nel dimenticatoio. Ma da almeno un anno non è più così. È tornata ad essere una frontiera ambita, verso la Francia vissuta come Paese di transito. Sono tornati a lavorare i passeur, con tariffe anche ridotte rispetto al passato. Poi c’è stato un crescendo su cui hanno influito, come al solito, le scadenze elettorali. La Francia ha ricominciato a fermare, identificare e respingere persone, soprattutto dall’Africa Sub-Sahariana. Il mese scorso si è trattato di almeno un migliaio di uomini e donne: verso i minori c’era maggiore attenzione ma ora non si risparmia nessuno. Oggi, come da ormai oltre 150 anni, quello sprazzo di terra compreso fra montagna e mare torna a essere luogo di silenzioso conflitto moderno, fra chi ha diritto a muoversi e chi è condannato a essere fermato.

Stefano Galieni