L’Europe Fantôme

Lo sguardo dell’Occidente

Stefania Ragusa - 10 agosto 2015
Photo from the set of European Ghosts, 2015 Photo: Patrick Wokmeni © Patrick Wokmeni

Photo from the set of European Ghosts, 2015
Photo: Patrick Wokmeni © Patrick Wokmeni

Ricordate il Mudec (il Museo delle Culture di Milano) e le nostre perplessità  rispetto alla scelta di inaugurarlo con una mostra che sembrava ispirata all’etnografia ecoloniale e faceva da cassa di risonanza agli stereotipi più triti sull’Africa? Ecco, mentre in Italia le cose (non) vanno così, ci sono posti in cui gli intellettuali e gli artisti, a prescindere dal colore della pelle, provano a lavorare insieme per ampliare la visuale di tutti. Uno di questi è il Mu.ZEE di Ostenda, in Belgio, dove è attualmente in corso  L’Europe Fantôme, una mostra dedicata non all’arte africana, ma allo sguardo dell’Occidente su di essa e alle implicazioni che ne derivano, in termini di travisamenti e appropriazioni. Un’esposizione che si collega in modo esplicito al dibattito accademico sul futuro e il senso dei musei etnografici, cercando soluzioni e proposte.

In mostra il visitatore troverà 45 pezzi appartenenti al Musée Royal de l’Afrique Centrale di Tervuren  (vero e proprio tempio del colonialismo belga), selezionati tenendo conto delle esposizioni più  celebri dell’epoca coloniale, come Afrikanische Skulprturen al museo Folkwang di Essen (1912), African Negro Art al MoMa di New York (1935) o Kongo-Kunst ad Anversa (1937-38). Troverà, inoltre, una ricca documentazione relativa a scritti e visioni dei principali intellettuali neri del dopoguerra, impegnati nella riflessione sul postcolonialismo e la “negritudine”: Aimé Césaire, Cheikh Anta Diop, Chinua Achebe, Frantz Fanon, Edouard Glissant. Ampio spazio è dedicato anche agli  schemi utilizzati per rappresentare l’Africa nelle pubblicazioni e negli allestimenti, a partire dall’installazione di manufatti congolesi presente alla Exposition Universelle di Bruxelles nel 1897, fino ai giorni nostri. In quest’ambito si colloca  il progetto artistico di Patrick Wokmeni, fotografo camerunese emergente, che ha già partecipato alla Biennale di Dakar (2010) e a quella di Marrakech (2014): a nostro avviso il punto più alto dell’intera mostra.

A Wokmeni è stato chiesto di fotografare e ri-contestualizzare i pezzi del Musée Royal, allo scopo di tratteggiare una strada possibile nella trasformazione e nell’attualizzazione degli archivi etnografici. Lui ha ricostruito l’interno di una casa bamileké. Sul pavimento ha posato una stoffa tipica. In questo sfondo ha fotografato delle persone con i guanti che si passano tra mille cautele statue, maschere, feticci. Oggetti che hanno (avevano) un valore rituale, un senso andato perduto nelle teche dei musei etnografici. Con ironia e rigore, questo giovane artista ha messo in scena il contrasto tra la funzione originale degli oggetti e quella acquisita con il passaggio nel museo, proponendo contestualmente una ri-narrazione contemporanea, che ricompone in modo originale la cesura tra passato coloniale e presente globalizzato.

Non è la prima volta che il Mu.ZEE sceglie di misurarsi con progetti così avanzati. L’anno scorso ha presentato Chasser et collecter, una mostra dell’artista congolese Sammy Baloji, considerato uno dei più importanti sulla scena dell’arte contemporanea africana e presente alla Biennale in corso a Venezia. Anche Baloji, come Wokmeni, ha lavorato con la fotografia, rielaborando attraverso fotomontaggi l’album di caccia coloniale del comandante Henri Pauwels. Ha ripercorso i luoghi battuti da Pauwels, in Congo, tra il 1911 e il 1913; ha scattato altre immagini; ha mixato il tutto in modo da produrre una nuova visione. Nel 2016 – così almeno ha assicurato il direttore del centro, Phillip Van den Bossche – ci sarà un terzo step. E poi le tre mostre dovrebbero essere portate in Congo.

La riflessione sul passato coloniale, anche sul piano artistico, in Belgio prosegue (come dimostra anche il padiglione nazionale progettato per la  Biennale di Venezia). In Italia deve ancora iniziare. Non a caso, al Mudec, per il prossimo autunno, è prevista una mostra su Barbie.

Stefania Ragusa