Testimonianze/2

La salute dei profughi

Chiara Zanini - 10 agosto 2015
Rosamaria Vitale a fianco di un giovane siriano

Rosamaria Vitale a fianco di un giovane siriano

Da più di due anni Medici Volontari Italiani opera a Milano nei centri che il Comune ha destinato ai siriani in transito. Dal 2014 c’è un’unità mobile anche a Porta Venezia, dove l’utenza è per lo più eritrea. Rosamaria Vitale, che ha scritto diverse volte anche per Corriere delle Migrazioni, fa parte di questa associazione. E’ medico e psichiatra, ed è presente in loco almeno due pomeriggi a settimana. «Ho lavorato in Africa con diverse Ong e con i Padri Camilliani per programmi riguardanti la salute ma ho sempre mantenuto del tempo per il volontariato a Milano. Faccio parte dell’associazione Sos Erm (S.O.S. Emergenza Rifugiati Milano), il gruppo nato per l’assistenza ai profughi siriani, e collaboro con i volontari dell’associazione Cambio Passo, che fin dall’inizio si sono occupati principalmente dei profughi eritrei. Loro avevano bisogno di un medico, e sono andata».
Si è parlato tanto, nelle scorse settimane, di allarme scabbia e di altre malattie.  Cosa pensa di questi ricorrenti allarmi sanitari?
«Penso che in realtà non c’è niente di nuovo e neanche di particolarmente preoccupante. C’è però tanta confusione. L’impetigine, che ha natura batterica, è stata scambiata per scabbia. Febbri normali sono diventate malaria. La stampa ha fatto un pessimo servizio, ma la responsabilità, in alcuni casi, è stata anche dei medici che non sono stati capaci di formulare le giuste diagnosi. Non è facile. Ci sono malattie con cui certi colleghi non hanno mai avuto a che fare».
Ci sono anche malattie psichiche, determinate o aggravate dai traumi della guerra e del viaggio. Voi come le affrontate?  «Quello del disagio psichico è un ambito assai complicato. MEDU, l’associazione Medici per i diritti umani, ha pubblicato un report in cui spiega, tra l’altro, che se si potesse lavorare in gruppi più piccoli lo si potrebbe affrontare in modo molto più adeguato. Ma questo non è facile. Per quanto riguarda siriani ed eritrei va detto anche che in gneere si fermano davvero per pochi giorni, a volte solo per qualche ora.  Ci si concentra sui problemi fisici più immediati ed evidenti. Non c’è il tempo per approfondire la parte psicologica.».
E per gli altri? «Per gli altri sarebbe doveroso farlo. Io personalmente, dalle mie esperienze sul campo, ho ricavato un manuale che è destinato agli operatori e che si intitola  Accogliere il migrante: Tecniche di psicologia transculturale in situazioni di emergenza. Ho lavorato in un centro dove erano stati accolti 400 migranti, nel 2011, provenienti dal Nord Africa. Li ho conosciuti e seguiti tutti, uno ad uno, ho fatto uno screening psicologico che mi ha permesso di evidenziare i casi di fragilità psichica e di seguirli nel tempo.
I media danno in genere spazio alle dichiarazioni dei politici. Molto meno a quelle degli operatori (mediatori, volontari, medici) dell’accoglienza. Con quali conseguenze?
«
Nefaste. Ma non per noi, per i migranti. Dietro ad ogni dichiarazione, da qualsiasi parte venga, c’è solo un pensiero politico: attaccare l’avversario, ottenere i favori della gente, strumentalizzare i migranti, persino le malattie, per ergersi a paladini dei diritti».
Recentemente è stata in missione in Sud Sudan. Come è andata?
«Inizialmente ho avuto parecchi timori. Quando  ho dovuto firmare la polizza sulla vita prevista dell’ingaggio, e specificare chi sarebbero stati i miei eredi in caso di morte, ero ancora più inquieta. Ma il progetto cui andavo incontro era molto bello. Il tema era quello di un’analisi sui problemi psichiatrici delle persone che vivono nei campi profughi. E’ stata un’esperienza  penetrante, emozionante, che mi ha permesso di vedere con i miei occhi da cosa fuggono le persone che vengono da lì fino alle sponde del Mediterraneo. Certo non si possono utilizzare i parametri occidentali, ma si deve entrare, psicologicamente, in quel mondo. Per esempio l’OMS dice che il 50% di chi vive in quei campi è depresso, ed il 36% soffre di disturbi post traumatici. Chi resta di sano? Il 14% . Dati assurdi, secondo me. Che siano depressi mi sembra ovvio, e che qualcuno sia rimasto traumatizzato anche, ma le vere patologie mentali si sono evidenziate solo nel 20% delle persone».

Chiara Zanini