Bande dessinée

L'Africa lontana dagli stereotipi

- 21 Luglio 2013

Intervista a Marguerite Abouet, geniale ideatrice di Aya de Yopougon, che adesso debutta anche al cinema.

Treccine in testa, grandi cerchi alle orecchie, una corpo flessuoso che si muove dentro stoffe che mettono allegria solo a guardarle, un gran cuore e un carattere determinato. Ecco a voi Aya de Yopougon, giovane africana nata dalla fantasia di Marguerite Abouet, ivoriana di nascita (Yopougon è il quartiere di Abidjan dove lei è cresciuta) e francese d’adozione, e dalla matita di Clément Oubrerie, suo (ora ex) marito. Il film animato dedicato ad Aya è uscito il 17 luglio in Francia (qui il trailer) ma la graphic novel da cui è tratto ha conquistato il pubblico francese già da anni. I sei volumi della saga di Aya de Yopougon, usciti tra il 2005 e il 2010 per Gallimard (in Italia è stata pubblicata solo la prima puntata, da Rizzoli/Lizard) sono irresistibili: le vicende di Aya e del suo quartiere sono divertenti e pure istruttive (si imparano molte cose sulla Costa d’Avorio e sull’Africa Occidentale in generale).

Aya è ambientato nella Costa d’Avorio della fine degli anni Settanta, quando lei ancora viveva lì. Come mai?
«Perché io volevo raccontare la vita quotidiana degli ivoriani e l’infanzia serena che ho trascorso in Costa d’Avorio in anni che, per il mio Paese, sono stati felici: andavamo tutti a scuola, c’era una buona sanità pubblica, Yopougon era un quartiere nuovo, c’era la pace. Oggi la pace è tornata, ma c’è molto malcontento. Per 20 anni il paese ha vissuto una situazione difficile e le sue condizioni si sono molto degradate. Ambientare Aya ai nostri giorni avrebbe significato parlare di questo, e anche di Aids e di guerre, e non era il mio scopo: per questo ci sono i media».

Eppure certe cose non sembrano molto diverse da allora: in Aya si ritrovano molti aspetti della mentalità, delle abitudini e del linguaggio dell’Africa Occidentale di oggi…
«Infatti la mentalità non è molto cambiata. È mutata la fisionomia di Yopougon, che oggi è più povero e conta tre volte gli abitanti degli anni Settanta. Ma ci sono ancora giovani che cercano se stessi e vogliono riuscire nella vita. E molte ragazze che, come Aya (che frequenta l’università, ndr), prendono in mano il proprio destino. Certo, ce ne sono anche altre che, vista la povertà del Paese, sono pronte a darsi via per poco, specialmente se i genitori non lavorano. Comunque quando ci torno vedo che le porte sono sempre aperte per gli ospiti, come quando ero bambina. Ci si continua a interessare al destino dei vicini di casa. E finché l’Africa manterrà questa solidarietà, niente sarà perduto».

Uno dei personaggi della graphic novel, il parrucchiere Innocent, quando arriva a Parigi  è spiazzato dalla cultura europea. È questo che rende difficile la vita agli immigrati?
«C’è sempre una fase difficile, ed è quella dell’accettazione. Non mi piace parlare di integrazione, preferisco parlare di accettazione dell’altro così com’è: non è necessario amarsi, ma rispettarsi sì. Il problema è che molti stranieri arrivano pensando che la vita in Europa sia facile. E non lo è. Quindi all’inizio sono contenti, poi si rendono conto di quanto è dura e restano delusi. Fino a qualche anno fa, quando tornavo ad Abidjan, tutti mi domandavano aiuto per venire in Europa. Io cercavo di farli riflettere sulle difficoltà e su quello che avrebbero perso partendo. Ma mi sentivo rispondere: certo, è facile parlare per te che vivi a Parigi! Così ora non dico più niente. Mi limito a far presente che, se vengono, non possono pensare di fare affidamento su casa mia. Quello che un po’ uccide gli africani è questo concetto di grande famiglia: quando una giovane coppia riesce a trasferirsi in città e trovare un lavoro, per esempio, ecco che la gente del loro villaggio d’origine gli affida i propri figli. E siccome da noi non puoi dire di no, questi bambini vengono presi (come succede al personaggio di Felicitè in Aya) ma a volte finiscono con l’essere maltrattati o non accettati fino in fondo. E con la crisi è ancora più difficile. Se si va avanti così, la solidarietà tenderà a sparire. Perché possa continuare a esistere, lo Stato dovrebbe farsi garante di un aiuto alla popolazione, con sanità e istruzione gratuite. Se la solidarietà resterà l’unico sostegno per le famiglie, finirà per perdersi: e sarebbe un peccato, perché fa parte dell’Africa e la felicità per un africano è aiutare la propria famiglia. Ma i giovani stanno già cambiando mentalità. Io stessa non ho fatto venire qui tutti i miei cugini, che pure hanno vissuto con noi perché erano stati affidati a mia madre, che aveva un buon lavoro. Lei, tra l’altro, continua a occuparsi di loro anche oggi che sono adulti, grazie ai soldi che io le mando tutti i mesi. Non posso dirle di non farlo. Ma… se io non avessi i mezzi? Insomma: è bello che, in un quartiere, chi non ha da mangiare possa sempre contare su un vicino che gli offra del riso. Ma molte altre abitudini devono cambiare».

Lei dice di aver scritto Aya anche per ribaltare gli stereotipi europei, e in particolare francesi, sull’Africa. Quindi anche i francesi, che hanno con il continente africano un rapporto antico, non lo conoscono?
«Non tutti i francesi viaggiano e hanno una mentalità aperta. La maggior parte di loro conosce solo ciò che gli viene detto dai media, i quali non mostrano mai un’Africa moderna. Anche i film, i libri, persino i cartoni animati come Kirikù, propongono o un’Africa leggendaria o un’Africa problematica, dove si combattono guerre e ci sono i bambini soldato. È vero, molte cose vanno male nel nostro continente, ma non si può evidenziare solo questo. E invece è ciò che fanno anche gli scrittori africani. Vivendo felicemente in Francia, da ivoriana trovavo frustrante che lo sguardo francese fosse così limitato. Le immagini proposte dai media non mi piacevano. Anche per questo ho scritto Aya. Ho la fortuna di andare spesso in Africa e vedo che le cose evolvono velocemente. Viene da domandarsi se i media francesi non lo facciano apposta a proporre sempre la stessa immagine del continente, quasi per mantenere viva l’idea della Francia come potenza coloniale. La verità è che qui ormai la popolazione è mescolata ed è incredibile che i francesi si preoccupino del melting pot, quando di fatto esiste già! Ma il tempo li costringerà a cambiare sguardo».

Uno degli ingredienti che rendono Aya esilarante è l’uso dei proverbi: alcuni surreali, tutti molti divertenti. Sono veri?
«Alcuni sì, altri li ho inventati. Io sono stata nutrita di proverbi: quando ero piccola e andavo al villaggio dove viveva il mio nonno materno, la sera lui riuniva tutti noi bambini intorno al fuoco e ci raccontava delle storie. E alla fine di ognuna c’era sempre un proverbio, che magari noi non capivamo, ma doveva servire a renderci persone migliori. Essendo cresciuta con i proverbi, sono anche capace di crearne».

Lei è impegnata nel progetto Des Livres Pour Tous, che ha lo scopo di promuovere la lettura in alcuni paesi dell’Africa. Ce ne parla?
«Cinque anni fa, ad Abidjan, ho notato che molte persone venivano a chiedermi l’autografo, ma non avevano i miei libri perché non potevano permetterseli. Tornata in Francia ne ho parlato con il mio editore Gallimard e abbiamo deciso di realizzare, per l’Africa francofona, una versione di Aya con la copertina morbida, più economica. Mi pareva incredibile che un libro che racconta l’Africa in maniera positiva non potesse essere letto dagli africani! Ma per me questo non era sufficiente. Così, quattro anni fa ho costituito l’associazione Des Livres Pour Tous, impegnata nella costruzione di biblioteche in Africa. Ci sosteniamo con le quote versate dai soci e abbiamo fatto accordi con alcune grandi case editrici che ci regalano una scelta dei loro cataloghi. Inoltre, quando lanciamo un nuovo progetto chiediamo sovvenzioni a vari enti: per esempio la Fondation AirFrance ci ha aiutato per una biblioteca a Dakar. Ora stiamo costruendo la seconda ad Abidjan. Bisogna inondare l’Africa di libri, in modo che i giovani leggano, abbiano un’istruzione e non abbiamo più voglia di andarsene».

Gabriella Grasso