Diritti e Rovesci

Senza contratto non c’è residenza?

- 11 Maggio 2015

Da alcuni mesi, in alcune fra le città in cui l’arrivo di profughi è maggiore, sta accadendo un fenomeno nuovo e altamente preoccupante. Sono in tante le persone che, con in mano un permesso di protezione umanitaria, internazionale, sussidiaria, o migranti per ragioni economiche, si ritrovano a ricevere, all’atto del rinnovo dei loro documenti, una sgradevole sorpresa.
Viene richiesta loro l’iscrizione anagrafica, un domicilio insomma, in assenza del quale non scatta il rinnovo ai sensi dell’art. 10-bis l.n. 241/90. Il rinnovo non avviene più neanche quando tale domicilio, come concordato, è legato ad associazioni di tutela dei diritti umani come il Centro Astalli o la Casa dei Diritti Sociali: per la questura è impossibile che tante persone risiedano nello stesso luogo e quindi la richiesta viene rigettata. A un giovane è stata addirittura rifiutata tale certificazione anche se vive in un centro Sprar, e quindi più che legale.

Negli anni passati si era consolidata una certa consuetudine. Non potendo certo espellere o costringere alla clandestinità persone a cui la protezione era accordata in base anche a trattati internazionali, all’atto del rinnovo del permesso si permetteva alla persona di autocertificare il proprio domicilio. Un modo semplice per sapere dove risiedono realmente i profughi e garantire una loro stabilità. Poi è intervenuto il Decreto Casa dell’ex ministro Lupi, che non permette di dare il domicilio negli stabili occupati o in assenza di contratto registrato (anche il comodato d’uso, tra l’altro, deve essere registrato all’Agenzia delle Entrate, con relativo esborso di denaro). Un inutile accanimento che ha ottenuto soltanto due effetti controproducenti per le stesse istituzioni: da una parte diviene impossibile sapere dove risiedono le persone presenti nelle città, dall’altra chi vuole avere il rinnovo dei documenti si ritrova a pagare somme enormi, fino a 750-1000 euro, per ottenere falsi contratti di locazione o di comodato d’uso. Un tema che comincia a riguardare migliaia di persone e che produce insicurezza.

Nella Capitale una coalizione di associazioni e forze politiche, radunate sotto la sigla de La barca dei diritti, da quasi due anni ha aperto un’interlocuzione con il Ministero dell’Interno per affrontare i problemi delle persone che intendono costruire percorsi di inclusione sociale, e per un certo periodo gli incontri sembravano poter portare a buoni risultati. Tutto si è interrotto alcuni mesi fa.
Per questo l’8 maggio scorso alcune centinaia di rifugiati e attivisti antirazzisti si sono radunate in presidio nei pressi del Viminale, una delegazione è stata ricevuta da uno dei prefetti che si occupano della questione. Al funzionario è stata consegnata una consistente documentazione relativa a casi assurdi di diniego, i rappresentanti delle associazioni presenti hanno fatto presente che tali atti costituiscono una palese violazione tanto del Testo Unico sull’Immigrazione (legge dello Stato) quanto delle convenzioni internazionali che l’Italia ha ratificato e che se non si trovano soluzioni concrete e basate sul buon senso si inizieranno a produrre ricorsi nei tribunali italiani, con l’obbiettivo di raggiungere anche la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Alcuni, come Asgi, Laboratorio 53, Senza Confine,  si sono già mossi in tal senso. Dal ministero si sono presi il tempo necessario per organizzare una riunione interna e riconvocare poi la delegazione, i tempi dovrebbero essere estremamente brevi, ma la necessità di trovare una soluzione condivisa sembra essere stata recepita. Staremo a vedere.