Rom-Anzi

Cominciamo dall’ABC

Sergio Bontempelli - 18 novembre 2013

abcZingari, gitani, nomadi, rom, ma anche sinti, manush, kalè, romanicel, caminanti. E poi ancora rudari, kalderasha, khorakhanè, cergari, travellers… Sono tante le denominazioni dei gruppi che compongono il cosiddetto “universo romanì”. Il nostro osservatorio, che nasce per (provare a) raccontare questo mondo, non può che cominciare da una prima, indispensabile chiarificazione linguistica.

Nomadi, zingari, rom
Partiamo dalle parole improprie: quelle che non si dovrebbero usare perché offensive, discriminatorie o semplicemente fuorvianti e sbagliate. “Nomadi” è una di queste. I rom – chiamiamoli così, per adesso – non sono nomadi. Secondo una ricerca condotta da Casa della Carità e Consorzio Aaster, quelli presenti nel nostro paese sarebbero addirittura più “stanziali” degli italiani: molti vivono da anni nella stessa città, e dichiarano di volerci rimanere anche nel futuro.
Nemmeno i pochi gruppi che praticano ancora mestieri itineranti – i giostrai, per esempio – dovrebbero essere definiti “nomadi”, perché la parola ha delle connotazioni negative: quando parliamo di “nomadi”, infatti, non pensiamo solo a persone che “si spostano”, che non hanno una residenza fissa. Di solito, alludiamo anche ad una (presunta) arretratezza culturale: erano “nomadi” i beduini dell’Arabia pre-islamica, i raccoglitori della preistoria, gli uomini e le donne del Paleolitico…
La seconda parola che non si dovrebbe usare è “zingari”. Si tratta di un eteronimo, cioè di un termine utilizzato dagli altri (dai non rom), in genere con connotazioni dispregiative: basti pensare a frasi del tipo “sei sporco come uno zingaro”. Sarebbe bene invece usare gli autonimi, cioè le parole che gli interessati utilizzano per definire se stessi. Nel nostro caso, dovremmo parlare di “rom” o, a seconda dei casi, di “sinti”, “caminanti”, ecc.

Le “etnie”: rom, sinti, caminanti…
Già, ma che differenza c’è tra rom, sinti, caminanti, e tutte le altre denominazioni di questo complicato universo? Qui la faccenda si ingarbuglia un po’, perché non ci sono confini precisi e definitivi che separano i diversi gruppi. Né bisogna pensare ai rom come ad un insieme di “etnie” separate e incomunicanti: ogni cultura è per definizione frutto di contaminazioni, di scambi, di incroci e di mescolanze, ed è un bene che sia così.
Certo, gli attivisti e gli studiosi si industriano a definire le “etnie”, a circoscrivere somiglianze e differenze, a erigere paletti e barriere: ma i risultati sono modesti, e le definizioni cambiano a seconda dell’autore e del contesto.
Converrà dunque partire dall’unico punto fermo: la lingua romanès, parlata e compresa da tutti i gruppi. Per la verità, parlare di una lingua unica è abbastanza azzardato: ogni comunità ha il suo “dialetto”, e le varianti sono così diverse che non sempre risultano intercomprensibili. Mi è capitato ad esempio di assistere ad incontri tra rom romeni e rom macedoni: ognuno si esprimeva nel “suo” idioma, e tra loro non si capivano molto (una volta, per disperazione, finirono per parlare in italiano…).
Da questo punto di vista, il romanès potrebbe forse essere definito come “famiglia di lingue”. Dire romanès, in altre parole, sarebbe un po’ come dire “lingue neolatine”, o “lingue slave”: indicherebbe un insieme di parlate simili tra loro, con strutture grammaticali e sintattiche vicine se non identiche, ma con un lessico e una pronuncia spesso molto differenti.
I rom, però, tengono alla loro “unità linguistica”, e volentieri definiscono il romanès come una lingua unica: qualcuno ha anche tentato operazioni di “standardizzazione”, elaborando un alfabeto e una grammatica comuni. Lasciamo la questione agli esperti, ricordando in ogni caso che il confine tra “lingua” e “dialetto” non è sempre chiaro, nemmeno nelle lingue scritte e “codificate”.
Comunque, è proprio il romanès che unisce (e divide) i vari gruppi. Così, per esempio, quello dei sinti è un dialetto con molti prestiti dal tedesco, mentre le parlate dei rom sono più vicine all’originario ceppo indiano. Diverso è il caso dei “caminanti”, un gruppo presente in Sicilia, che non parla (e a quanto risulta non ha mai parlato) dialetti assimilabili al romanès: a rigore, questo gruppo non dovrebbe essere incluso nell’universo romanì.

Le Indie di quaggiù: l’origine orientale della lingua rom
Torniamo alla questione della lingua, che affascina sempre chi si avvicina per la prima volta al mondo dei rom. Abbiamo già accennato al fatto che il romanès ha origini indiane: si tratta in effetti della lingua europea più vicina al sanscrito, cioè all’antico idioma del Subcontinente, dal quale derivano sia le moderne parlate indiane, sia quelle occidentali (greco antico, latino, e poi italiano, francese, spagnolo ecc.).
La comune matrice “indiana” dei dialetti romanés ha indotto molti studiosi a postulare un’origine altrettanto “indiana” dei rom. Sulla base dei prestiti linguistici, si sono ipotizzati anche i percorsi migratori dei cosiddetti “zingari”, dal lontano Subcontinente fino ai paesi occidentali. In questo quadro, gli attuali rom sarebbero dunque gli ultimi discendenti di gruppi indiani emigrati secoli fa in Europa. La questione è affascinante, ma le cose non sono così semplici come sembrano.

I critici dell’origine “indiana”
Già, perché la tesi dell’origine indiana non convince proprio tutti. La prima a metterla in discussione è stata l’antropologa Judith Okely, che ha proposto un parallelo sorprendente: oggi, sono molti i popoli che adottano come loro lingua “nativa” una qualche variante di inglese (lingua standard, dialetti creoli, pidgin english nei paesi africani ecc.). Dobbiamo per questo supporre – ad esempio – che i nigeriani sono discendenti di immigrati britannici? Evidentemente no: l’inglese si è diffuso per contaminazione, perché molti popoli lo hanno adottato e preso in prestito (magari modificandolo) dai loro colonizzatori. Dunque, non è sempre vero che parlare una stessa lingua significa avere una stessa origine.
Per quanto riguarda il romanès, la Okely ha ipotizzato che in età moderna esso svolgesse il ruolo di “lingua franca”: si tratterebbe cioè di un idioma che, introdotto in Europa dai primi rom, sarebbe stato adottato, modificato e fatto proprio da diversi gruppi di commercianti girovaghi, che percorrevano le vie carovaniere e i mercati dell’Europa moderna. Stando a questa ipotesi, gli attuali rom non sarebbero (solo) i discendenti di antichi migranti indiani, ma un insieme di gruppi di origine e provenienza diversa. E la loro stessa lingua sarebbe frutto di scambi, incroci e comunicazioni.
Anche in Italia il dibattito sul tema è molto vivace. Tra i sostenitori dell’«origine indiana» troviamo Santino Spinelli, un rom di Lanciano autore di un testo recente molto letto e discusso. La tesi “meticcia” è invece fatta propria da giovani studiosi e attivisti come Ulderico Daniele, Mauro Turrini o Luca Bravi.

La posta (politica) in gioco
Entrambe le ipotesi – quella della provenienza indiana, e quella dell’origine “meticcia” e creola – sono affascinanti, ma poco verificabili: i rom hanno lasciato pochi documenti scritti, ed è difficile venire a capo di una faccenda così complessa. Ai nostri fini, basterà dire che la posta in gioco di questo dibattito non è (solo) storiografica, ma anche (e forse soprattutto) politica. Vediamo perché.
Ad insistere sull’«ipotesi indiana» sono quegli attivisti rom che cercano di costruire una sorta di “nazionalismo transnazionale”: dispersi in molti paesi, i cosiddetti “zingari” costituirebbero un unico popolo, con una sola lingua, una propria “cultura”, una storia ancestrale condivisa. La teoria della comune origine indiana serve a legittimare l’immagine di un popolo “diverso dagli altri e disperso tra gli altri”. E a costruire una sorta di “rappresentanza etnica”, che cerca di accreditarsi nelle sedi internazionali, di avere una propria voce e dei propri strumenti di pressione.
Chi insiste sull’origine “creola” dei rom vuole evitare esattamente questa torsione “nazionalista”, ritenendola pericolosa, e si sforza di promuovere la “causa” dei rom in altri modi: insistendo sul rispetto universale dei diritti umani, favorendo connessioni tra i rom e altre categorie discriminate e marginalizzate (ad esempio i migranti), enfatizzando la “storia comune” che ci avvicina ai rom (più che le differenze che ci separano da loro).
Naturalmente, le due strategie non sono necessariamente incompatibili, e infatti i sostenitori dell’una lavorano spesso fianco a fianco con i “partigiani” dell’altra. Restano, però, strategie diverse, che in futuro potrebbero divaricarsi e condurre a strade differenti.

Sergio Bontempelli